Etnik

Indastria
Indastria
La foresta
La foresta
Gli Elementi
Gli Elementi
Texture Urbane
Texture Urbane

Etnik

ETNIK è nato a Stoccolma nel 1972 e attualmente risiede e lavora a Torino.

Distintosi, fin dai suoi esordi nei primi anni ’90, come uno dei più rappresentativi testimoni del writing italiano, ha innalzato e personalizzato, come unanimemente riconosciutogli dalla critica, il livello della “figurazione muralista”, lavorando su grandi superfici, anche organizzando e coordinando la collaborazione con altri artisti.

Senza perdere la sua radice di writer, ha, di volta in volta, raffinato la sua evoluzione del lettering fino a giungere agli attuali “AGGLOMERATI URBANI”, in cui la CITTA’ diventa soggetto/oggetto di approfondita analisi figurativa.

Nel 2009 ha fondato con “Duke-1” il collettivo “Bunker 108”, che collabora costantemente con enti pubblici e con privati per il restyling di edifici e aree urbane, organizzando workshops ed eventi espositivi.

Tra le sue innumerevoli partecipazioni ad eventi e festival ricordiamo:

  • 2012 Frontier, Bologna
  • 2013 MUBE, San Paolo, Brasile
  • 2013 Biennale di Venezia
  • 2013 Le Tour13, Galleria Itinerrance, Parigi
  • 2013 Stroke Art Fair, Munchen, Germania
  • 2013 Spray1World Dusseldorf, Germania
  • 2014 Made in Italy, CGA Gallery, Nizza
  • 2014 A Major Minority, 1AM Gallery, San Francisco, U.S.A.
  • 2015 2 for 2, Galleria Vertical, Chicago. U.S.A.

Oltre a mostre personali tenutesi a:

  • 2013 Milano, Galleria D’Ars
  • 2014 Torino, Galleria Square 23
  • 2015 Roma, Galleria Varsi
  • 2015 Nizza, GCA Gallery

Web: www.etnikproduction.com/

Etnik: Focus di Antonio Storelli

Il writing, all’origine della produzione e attività artistica di ETNIK, si è andato elaborando e ricostruendo fino a giungere agli esiti della mostra Errorism, nella quale l’artista, ristrutturando il suo lettering, compone elementi architettonici di matrice razionalista ai quali vengono aggiunti aggregati tratti dall’ambiente vegetale.

Il risultato è, nell’intenzione di evidenziare l’”errorismo”, ovvero l’incongruità dell’ambiente in cui viviamo, la creazione di elementi/ambienti architettonici “sospesi”, animati dall’inserzione di vegetali quali rami e cespugli che fuoriescono e si avviluppano alle strutture creando un effetto di leggerezza e di immediata lettura, che piacevolmente si stacca dagli sfondi di legni grezzi e di metalli incisi.

La ragguardevole serie di dieci dipinti, esposti in occasione della mostra tenutasi nei mesi di dicembre 2015-gennaio 2016 presso la nostra galleria PORTANOVA12 di Bologna si completava con un’installazione formata da componenti squadrati in legno colorato, con inserzioni di rami di alloro, posta al centro dello spazio espositivo, e la grande parete di fondo, direttamente dipinta sul muro, con la composizione di una struttura cubico-triangolare dalla quale si dipartivano sottili e allungate ramificazioni per una rappresentazione di elegante effetto visivo.

Questa dell’eleganza e raffinatezza delle composizioni geometriche di ETNIK costituisce, a mio parere, la caratteristica e l’immediata riconoscibilità del suo operare, che riesce a mantenere la sua immutata qualità sia che si esprima in lavori di misure ridotte o che affronti pareti di grandi dimensioni, oppure, in alcune occasioni, si diffonda su ampie superfici territoriali sempre con effetti di suggestiva creatività.

City(e)scape

La città è da sempre uno dei soggetti privilegiati nella ricerca artistica, un punto cardine, un tema ricorrente la cui rappresentazione si è prestata nel tempo ad indagare schemi e modelli, evoluzioni e contraddizioni della progettazione. Oggi più che mai lo spazio urbano si trova al centro del dibattito culturale: gli eccessi e le sproporzioni dell’industrializzazione selvaggia, l’urbanizzazione incontrollata e bulimica, sono sottoposti a pesanti critiche in ambiti diversi, dalla sociologia all’antropologia fino alla medicina. La fiducia nel progresso che le Avanguardie Storiche avevano riposto ciecamente anche nello sviluppo inesauribile delle città viene messa alla gogna, schiacciata dagli evidenti danni creati dall’inquinamento, sia esso ecologico, urbanistico o visivo.

Il progetto della mostra Errorism di Etnik affonda le sue radici proprio nelle diramazioni di questa disputa, assumendo fin dal titolo una chiara posizione critica. La dialettica tra l’errore (progettuale) e l’orrore (attuativo) costituisce sicuramente un punto di partenza per le riflessioni presentate dalla recente serie di opere. Errore come sbaglio, colpa, incapacità del progetto urbano nel suo complesso, ma errore anche come uscita dalla retta (ed unica) via, possibilità di intraprendere percorsi non convenzionali, vagabondare, flânerie. “Errorismo” infine come pratica costante dell’errore in forma di regola e non come eccezionalità o caso fortuito. Da un lato quindi la necessità di evidenziare le storture e le deformazioni della (mancanza di) progettazione urbanistica e dall’altro la fascinazione di esplorare territori di confine in cui spesso l’abbandono dei ritmi produttivi lascia spazio ad una nuova vita.

Di certo la formazione dell’artista avvenuta nell’ambito del Writing gli ha permesso di stringere un dialogo continuo con gli ambienti periferici, suburbani, postindustriali in cui gli effetti della deficienza di un disegno organico e coerente sono più visibili e riconoscibili. Il mondo dei graffiti infatti fin dai suoi esordi si è mosso seguendo le linee decentrate e marginali dell’espansione urbana, si potrebbe dire che è nato alle “frontiere” della metropoli per criticarne i limiti, già agli albori della sua fondazione. Nella ricerca di Etnik l’influenza di questo valore fondante della disciplina si è manifestata via via attraverso l’espressione di un’interdipendenza tra il soggetto e l’oggetto dell’opera. Il supporto (murale, ligneo, metallico) crea una relazione sempre maggiore con il contenuto, tanto che nelle ultime opere presentate lo scarto industriale e l’oggetto abbandonato sono divenuti la base su cui realizzare le immagini pittoriche.

Sembra ovvio ribadirlo anche se forse non è così scontato: il soggetto primario nei dipinti sono le lettere, lettere scomposte, ricombinate, poste su piani diversi a volte addirittura irriconoscibili, ma pur sempre lettere.

Nel tempo la conoscenza e la frequentazione dell’ambiente urbano nelle sue più ampie sfaccettature ha fatto che sì che lettere, sostanze fondamentali della composizione, prendessero la forma degli elementi che caratterizzano il panorama cittadino come le strade, le piazze, ogni sorta di edificio residenziale o commerciale, pubblico o privato, e poi parchi, parcheggi, cantieri e tutto ciò che si affastella sul nostro sguardo quotidianamente.

Gli scenari descritti dall’artista in questo senso sono dei veri e propri agglomerati, delle accumulazioni, delle raccolte caotiche in cui le singole parti si mescolano l’una con l’altra. Il termine agglomerato qui non è utilizzato a caso, come recita la definizione un agglomerato urbano non è altro che un insieme di edifici, strade, piazze e giardini costituenti un abitato, nel caso di Etnik l’attenzione viene posta proprio sul disordine e sulla sregolatezza con cui le espansioni architettoniche ed urbanistiche hanno contribuito a comporre le trame attuali.

Addentrandosi negli accumuli che assumono un posto di rilievo nelle opere non è difficile scorgere riferimenti alla costrizione che le aree verdi subiscono spesso nelle città, alla presenza ricorrente di elementi riconducibili alla frenetica attività dei cantieri, o ancora al degrado dei materiali della cosiddetta archeologia industriale. In questi agglomeri le prospettive si sdoppiano, capita di poter scorgere simultaneamente l’alto e il basso, l’atmosfera in cui campeggiano le parti (ovvero le lettere) incrina le certezze cartesiane provocando visioni destabilizzanti.

Il pensiero utopico sulla necessità del progresso lascia il posto ad una ostentata critica del presente, nella quale però è possibile scorgere una vitalità, un dinamismo tipico della vita nelle metropoli che va di pari passo con la pulsante evoluzione stilistica tipica del Writing.

Mostra a cura di Antonio Storelli con testo critico a cura di Claudio Musso